L'impegno della politica, la milizia che scricchiola

Le vicende che hanno animato la politica ticinese questa estate hanno alimentato polemiche e interrogativi sulla sua credibilità. Sarebbe però un’occasione persa fermarsi ai singoli episodi. Quanto accaduto dovrebbe spingerci a una riflessione più ampia: in quali condizioni chiediamo oggi a qualcuno di assumersi una responsabilità politica? È una domanda che mi pongo giornalmente anche alla luce della mia esperienza in Gran Consiglio e che ho cercato di tradurre in proposte concrete: dalla riflessione sulla durata delle legislature al rafforzamento del supporto tecnico alle Commissioni, fino al tentativo – non accolto dal Parlamento – di introdurre una soglia elettorale del 3% per favorire maggiore stabilità. Proposte diverse, nate dalla stessa convinzione: per preservare la politica di milizia dobbiamo adattarla a una società cambiata. La milizia è uno dei tratti più preziosi della democrazia svizzera: cittadini che continuano a vivere e lavorare nella società portano nelle istituzioni esperienze maturate nel mondo reale. Ma questo modello è sempre più sotto pressione. Con l’avvicinarsi delle elezioni cantonali tornerà un problema noto ai partiti: trovare persone competenti e motivate disposte a candidarsi. Non è solo una questione di senso civico.

Fare politica è diventato più impegnativo: dossier e normative sono più complessi, le aspettative crescono, comunicazione e social media aumentano l’esposizione personale, mentre il mondo professionale è sempre più assorbente. Tutto questo deve convivere con lavoro, famiglia e vita privata. Qui sta il paradosso: vogliamo politici di milizia, ma chiediamo loro prestazioni da professionisti della politica. Il rischio non è solo avere meno candidati, ma che la disponibilità di tempo diventi un criterio di selezione più importante della qualità. Chi può ancora permettersi di fare politica? Se autonomia professionale, disponibilità del datore di lavoro e tempo libero diventano condizioni decisive, un sistema nato per rappresentare la società rischia di rappresentarne soltanto una parte. La risposta non è professionalizzare la politica, ma modernizzare la milizia per conservarla. Significa discutere di remunerazione, supporto tecnico, organizzazione del lavoro parlamentare e conciliabilità tra mandato, professione e famiglia. Significa coinvolgere anche il mondo economico e chiedere alla politica meno burocrazia, più priorità e maggiore rispetto per il tempo. Le vicende di questa estate passeranno. La questione resterà. La politica di milizia non si difende con la nostalgia, ma creando le condizioni perché i cittadini possano ancora permettersi di dire sì. Una democrazia di milizia inizia a indebolirsi quando diventano troppo pochi quelli che possono realisticamente permettersi di candidarsi. La domanda vera, allora, è semplice: siamo ancora disposti, come società, a renderla possibile?

Paolo Ortelli, Corriere del Ticino, 21 agosto 2026